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Erano invisibili.
Rimanevano ad osservare gli elicotteri americani volare in
cerchio sulla zona d'atterraggio senza sparare un colpo,nascosti nella più
fitta boscaglia.
Seguivano lo sbarco degli americani, i preparativi, e non appena il
grosso dell’unità si era allontanato, attaccavano il gruppo rimasto indietro.
Anche se ben armati, i soldati americani erano letteralmente travolti dai
viet cong che attaccavano in massa, si impossessavano delle armi e
sparivano nuovamente nella boscaglia.
I viet cong non combattevano per conquistare e mantenere un territorio, e
nemmeno s’impegnavano in battaglie decisive, in modo da evitare che gli
americani potessero sviluppare la superiorità nella potenza di fuoco.
La loro era la cosiddetta “guerra della pulce”, migliaia di attacchi “mordi
e fuggi”, sfruttando al massimo il buio e la velocità dell’azione.
Uno dei principi basilari era quello della superiorità numerica al momento
dell’attacco. Solitamente un battaglione di circa 500 uomini attaccava in
genere una compagnia di 100-200 uomini.
Ovviamente tutto ciò era inutile se gli americani potevano far valere la
loro potenza di fuoco.
I viet cong lo sapevano bene, perciò cingevano da vicino le posizioni
americane, impedendo l’intervento dell’artiglieria e degli aerei d’appoggio.
Il metodo dei viet cong era caratterizzato da “una parte lenta e quattro veloci”.
La parte lenta era la preparazione che precedeva ogni azione:
ricognizione e sorveglianza dell’obiettivo, costruzione di un modello in
scala per prendere confidenza con tutti gli elementi della scena, prova
generale dell’attacco, sistemazione di armi e cibo in nascondigli allestiti
nelle aree avanzate.
Ad operazione iniziata cominciavano le quattro parti “veloci”.
Il trasferimento, che di solito avveniva a piccoli gruppi, dalla base fino
all’obiettivo; i reparti si riunivano solo prima di entrare in azione.
Quindi partiva l’attacco vero e proprio.
La velocità d’esecuzione era essenziale.
La terza parte era rappresentata dallo sgombro delle armi dal campo di
battaglia ed il recupero dei morti e dei feriti.
Vi era infine la ritirata, sempre scrupolosamente preparata come parte
integrante del piano.
La programmazione delle operazioni era quasi sempre la conseguenza di un
rapporto del servizio informazioni.
Le notizie erano fornite da informatori locali, uomini della guerriglia
travestiti da contadini incaricati della sorveglianza, di piazzare micidiali
trappole, eseguire incursioni o compiere ricognizioni.
Quando i rapporti arrivavano al quartiere generale di un reggimento della
forza principale dell’FNL, se il comandante riteneva interessante uno degli
obiettivi segnalati, inviava i suoi uomini a contattare i viet cong locali
per una ricognizione del bersaglio.
Se l’operazione risultava fattibile, dopo una valutazione completa, veniva
scelta un’unità che si occupava della pianificazione di ogni dettaglio, gli
uomini imparavano a conoscere l’obiettivo: installazioni difensive, edifici,
depositi di carburante, piazzole delle mitragliatrici e dei mortai.
Ognuno sapeva a perfezione il ruolo che doveva svolgere, il percorso
dell’avanzata, il punto di ricongiungimento.
Nessuno poteva prendere un’iniziativa, avevano il proprio compito e
dovevano svolgerlo con coraggio e disciplina.
Molte volte l’obiettivo si trovava a diversi giorni di marcia dalla base;
sugli Altipiani Centrali oppure al confine con il Laos o la Cambogia.
Era essenziale non essere scoperti durante l’avvicinamento.
Avanzavano silenziosamente pronti a confondersi con l’ambiente al minimo
rumore,coperti da rami e foglie attaccate a reticelle fissate sulla schiena.
Quando si appiattivano sul terreno, erano perfettamente mimetizzati, mentre
se dovevano attraversare zone coltivate si spostavano di notte, guidati
dai guerriglieri locali.
Appena sceso il buio, iniziava l’attacco. A volte i viet cong si limitavano
a bombardare l’obiettivo con i mortai, ma se erano certi della loro
superiorità numerica, sferrando un assalto fino in fondo.
Nessun dubbio sulla determinazione e sull’aggressività dei viet cong in
battaglia; uomini feriti continuavo a far fuoco con le proprie armi e a
lanciare bombe a mano.
Tuttavia, appena il responsabile dell’operazione capiva che gli obiettivi
erano stati raggiunti, impartiva l’ordine di ritirata.
Gli americani non dovevano avere il tempo per reagire.
Lo sgombro del campo era un fattore molto importante per i viet cong,
disposti a rischiare altre vite pur di recuperare i corpi dei caduti per dar
loro una degna sepoltura.
Erano portati via con un cavo legato alla caviglia o con la cinghia di cuoio
che molti di loro avevano attorno ai polsi.
Mentre altri soldati tenevano alto il fuoco di copertura, venivano raccolte
le armi abbandonate sul campo.
Il punto di ricongiungimento, solitamente, si trovava a 12 ore di marcia
dall’obiettivo.
A volte villaggi amici, forniti di una rete di gallerie, potevano offrire
rifugio all’unità.
Grazie alle precise informazioni, alla disciplina e alla capacità
d'occultamento, i viet cong erano in grado di costringere gli americani a
combattere in posizione di svantaggio, nonostante la superiorità della
potenza di fuoco e della mobilità.
L’unica possibilità per gli americani era di prendere l’iniziativa ed
imporre il proprio stile di guerra. |
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