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Tra il 16 e il 18 settembre del 1982 migliaia di
palestinesi furono trucidati dalle milizie cristiane libanesi.
La guerra civile
libanese che durò dal 1975 al 1990, influì anche sul
conflitto palestinese.
Israele sostenne militarmente con armi e addestramenti speciali la
comunità cristiana dei maroniti e l’esercito cristiano del Libano del
Sud di Sa’d Haddad contro l’Olp e le forze armate siriane.
Chatila venne costruito nel 1949 per i rifugiati della guerra civile, si
trova vicino al sobborgo Sabra di Beirut.
Il Sud del Libano era infatti diventato lo scenario in cui continuava il
conflitto israeliano-palestinese.
Il 4 giugno 1982, un attentato all’ambasciatore israeliano Shlom Argov,
ad opera del gruppo palestinese anti Olp Abu Nidal, fu interpretato come
un attacco palestinese.
La guerra si aggravò, due giorni dopo Israele invase il Libano con
60.000 uomini. Motivazione?
Proteggere i propri insediamenti nel nord
della Palestina. Ha così inizio l’operazione “Pace in Galilea” che
null’altro consisteva se non invadere militarmente il Libano
Meridionale, all’epoca il ministro della difesa israeliana era Ariel Sharon.
L’assedio a Beirut da parte degli Israeliani iniziò a metà giugno del
1982 con l’accerchiamento di 15.000 combattenti dell’OLP e dei suoi
alleati libanesi e siriani all’interno della città:
Il presidente americano Reagan, all’inizio di luglio inviò Philip Habib
e Morris Draoer con l’incarico di risolvere la crisi.
Le trattative erano estenuanti e molto lunghe, complicate dal fatto che
gli Israeliani e gli Statunitensi non volevano discutere direttamente
con i Palestinesi, i Palestinesi da parte loro asserragliati nella città
non volevano abbandonarla, temendo forti ritorsioni da parte dei soldati
israeliani e dei loro alleati falangisti nei confronti della popolazione
locale.
Habib riuscì faticosamente ad ottenere dal Primo Ministro israeliano
l’assicurazione che i suoi soldati sarebbero entrati a Beirut Ovest e
non avrebbero attaccato i Palestinesi dei campi profughi, riesce anche
ad ottenere l’assicurazione dal futuro presidente Beshir Gemayel che i
falangisti non si sarebbero mossi, ed infine ottiene l’assicurazione da
parte del ministero della difesa Americano che ci sarebbe stato un loro
contingente a garantire gli impegni presi.
Il 19 agosto fu firmato l’accordo, ma con l’elezione a Presidente del
Libano di Beshir Gemayel ( il 23 agosto) che gode dell’appoggio dei
maroniti e di Israele, la situazione cambia.
Il 20 agosto, vigilia dell’imbarco dei primi miliziani palestinesi, che
iniziano ad evacuare la città, negli USA viene pubblicata la quarta
clausola dell’accordo per la partenza dell’OLP che dice:
"I Palestinesi non combattenti, rispettosi della legge, che siano
rimasti a Beirut, ivi comprese le famiglie di coloro che hanno
abbandonato la città, saranno sottoposti alle leggi e alle norme
libanesi. Il governo del Libano e gli Stati Uniti forniranno adeguate
garanzie di sicurezza ... Gli USA forniranno le loro garanzie in base
alle assicurazioni ricevute dai gruppi libanesi con cui sono stati in
contatto" (American Foreign Policy, Current documents, 1982,
Dipartimento di Stato, Washington D.C.).
Arafat è preoccupato per la sorte della popolazione civile ed insiste
per avere l’invio di una forza multinazionale che garantisca l’ordine.
il 19 agosto 1982 la richiesta ufficiale viene consegnata dal ministro
degli esteri libanese Fu’ad Butros agli ambasciatori di
Stati Uniti,
Italia e Francia.
Il piano che era stato fatto accettare dal mediatore Usa Habib a
Libanesi, Palestinesi e Israeliani prevedeva l’intervento di 800
soldati statunitensi, 800 francesi e 400 Italiani in modo da garantire
l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut. Il mandato
durava un mese, dal 21 agosto al 21 settembre, rinnovabile su richiesta
dei libanesi in caso di necessità.
Entro il 4 settembre, tutti i combattenti palestinesi sarebbero dovuti
partire, in seguito la forza multinazionale avrebbe collaborato con
l’esercito libanese per portare sicurezza durante le operazioni.
Il primo contingente arriva a Beirut il 21 agosto ed è composto di soli
Francesi che nei due giorni successivi vengono raggiunti dai soldati
italiani ed americani. Appena riuniti prendono posizione nella città.
Arafat decide di abbandonare Beirut insieme ai suoi 15.000 combattenti.
Il primo settembre termina l’evacuazione dell’OLP dal Libano.
Due giorni dopo, venendo meno al patto siglato con gli eserciti
cosiddetti “supervisori” che nulla fecero per fermarli, le armate
israeliane avanzarono e assediarono i campi-profughi.
Caspar Weinberger, segretario alla difesa americana, ordina ai marines
di abbandonare Beirut.
E’ il 3 settembre.
Lo stesso giorno le milizie cristiano- falangiste, alleate degli
Israeliani, prendono posizione nel quartiere di Bir Hassan, ai lati del
campi profughi di Sabra e Shatila.
Partiti gli Americani, automaticamente anche i Francesi e gli Italiani
tornano a casa.
Gli ultimi soldati partono il 10 settembre, undici giorni prima di
quanto avrebbero dovuto fare, lasciando campo libero a Israele.
Il giorno dopo Ariel Sharon contestò la presenta di duemila guerriglieri
dell’OLP ancora in territorio libanese, i Palestinesi negarono il fatto.
Il premier israeliano Begin convocò Gemayel a Naharuya per fargli
firmare un trattato di pace con Israele, alcune fonti sostennero però
che Begin chiese a Gemayel di permettere la presenza delle truppe
Israeliane nel sud del Libano, Gemayel doveva inoltre dare la caccia ai
duemila guerriglieri palestinesi la cui presenza era stata denunciata da
Sharon.
Gemayel, non firmò il trattato, non poteva schierarsi da una sola parte
anche a causa dei crescenti rapporti di alleanza con la Siria.
Il 14 settembre 1982, Gemayel fu ucciso in un attentato e nonostante i
leader palestinesi negassero ogni responsabilità nell'accaduto, Sharon
accusò i Palestinesi, facendo sollevare i Falangisti (il partito di
Gemayel) contro la Palestina.
Il 15 settembre 1982, le truppe israeliane invasero Beirut Ovest.
Israele ruppe così l'accordo con gli USA, gli accordi di pace con le
forze musulmane intervenute a Beirut e quelli con la Siria. Begin si
giustificò dicendo che era una contromisura per "proteggere i rifugiati
palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi cristiani";
tuttavia pochi giorni dopo Sharon affermò al parlamento che "l'attacco
aveva lo scopo di distruggere l'infrastruttura stabilita in Libano dai
terroristi".
E’ il 16 settembre 1982 quando Elias Hobeika, capo delle milizie
critiano-falangiste entra nei campi profughi di Sabra e Shatila.
Alle 18 ha inizio lo sterminio.
Queste alcune testimonianze di reporter di vari giornali:
David Lamb scrive sul quotidiano The Los Angeles Times del 23 settembre
1982: "Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli
Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non
avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei
camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi".
Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982:
"Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si
sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il
campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal
momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone.
Quindi scoprimmo il motivo. L'odore traumatizzante della morte era
dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole
cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come
conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l'uccisione
a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore".
Loren Jankins scrive sul quotidiano Washington Post del 20 settembre
1982: "La scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri
vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i
corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la
testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un
bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o
12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate
lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati
contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti - dove
i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione
dello Stato di Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di
orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro,
mummificati in posizioni contorte e grottesche."
Testimonianza di Ellen Siegel, cittadina americana, infermiera
volontaria, ebrea. In cima all'edificio soldati israeliani guardavano
verso i campi con i binocoli. Miliziani libanesi arrivarono in una jeep
e volevano portare via un'assistente sanitaria norvegese. Ci rivolgemmo
ad un soldato israeliano che disse ai miliziani di andare via. Infatti
partirono. Alle 11.30 circa gli israeliani ci condussero a Beirut Ovest.
Sedetti sul sedile anteriore di una jeep della IDF. L'autista mi disse:
- Oggi è il mio Natale (intendendo la festività ebraica del Roshanah).
Vorrei essere a casa con la mia famiglia. Credete che mi piaccia andare
porta a porta e vedere donne e bambini? - Gli chiesi quante persone
avesse ucciso. Rispose che non era affar mio. Disse anche che - l'armata
libanese era impotente, erano stati a Beirut per anni e non avevano
fatto nulla, che Israele era dovuta arrivare per fare tutto il lavoro.
Il numero della vittime non è mai stato accertato esattamente. La Croce
Rossa Internazionale ha accertato una cifra di 2.750 morti, a cui vanno
aggiunti i corpi nelle fosse comuni, quelli restati sotto le macerie e i
deportati mai più tornati. Gli esperti internazionali stimano che le
vittime siano state tra le 3.000 e le 3.500, il tutto in quaranta ore
tra il 16 e il 18 settembre 1982.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il massacro
con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982.
L’8 febbraio 1983, la commissione d’inchiesta istituita dalle autorità
israeliane, presieduta da Itzhak Kahan dal magistrato, Aharon Barak, e
dal generale di divisione Yona Ephrat, giunge alla conclusione che il
diretto responsabile dei massacri era stato Elias Hobeika, nemico
giurato dei palestinesi sin dall’inizio della guerra civile in Libano.
La stessa commissione ammetterà indirettamente la responsabilità nel
massacro del ministro della difesa israeliana Ariel Sharon per non
essere intervenuto ad impedirlo.
Elias Hobeika, dopo la fine della guerra, nel 1990, venne nominato
ministro senza portafoglio nel governo di Omar Karami.
Nel 1992 eletto deputato e lo stesso anno nominato ministro per gli
affari sociali nel primo governo del premier Rafiq Hariri. Fu poi
rieletto nel 1996, e nominato ministro per le risorse idriche ed
elettriche carica che ha ricoperto sino alla fine del 1999.
Nel giugno del 2001 la Corte di Cassazione belga, aprì un processo su
Sabra e Shatila
A testimoniare sui rapporti che intercorrevano fra i falangisti e gli
israeliani è chiamato Elias Hobeika ritenuto il responsabile materiale
dell´eccidio.
Il 24 gennaio 2002 Elias Hobeika muore a Beirut in un attentato. Meno di
36 ore prima di saltare in aria con la sua Jaguar blindata, Hobeika
aveva avuto un incontro "confidenziale" con due senatori belgi e si era
detto pronto a fare "rivelazioni" sui massacri di Sabra e Shatila e sui
rapporti che aveva avuto durante quei giorni con i generali israeliani
che dipendevano dal ministro della difesa israeliana.
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