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Nel settembre del 1969 il tenente Calley fu accusato di crimini di guerra
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Il 16 marzo 1968 la compagnia C lanciò un’operazione del tipo “search and
destroy”.
L’obiettivo era il 48° battaglione viet cong che, secondo informazioni del
comando americano, aveva base nel villaggio segnato sulle mappe militari con
il nome di My-Lai 4.
All’avvicinarsi del 1° e del 2° plotone alcuni abitanti del villaggio
tentarono di fuggire e furono eliminati.
Il 2° plotone scagliò bombe a mano nelle capanne e uccisero quanti ne
uscirono, violentarono e trucidarono le ragazze, poi raccolsero gli abitanti
e li fucilarono.
Mezz’ora più tardi raggiunsero un villaggio vicino, Binh Tay, dove i soldati
dopo aver commesso altre violenze, radunarono una ventina di donne e
bambini: uccisero tutti a sangue freddo.
Il 1° plotone, comandato dal tenente Calley, aveva fatto irruzione nella
parte sud di My Lai sparando a chiunque tentasse la fuga, violentando le donne,
abbattendo il bestiame, distruggendo il raccolto e le case.
I superstiti furono condotti vicino ad un canale di scolo, il tenente Calley
ed i suoi uomini
aprirono il fuoco sui contadini inermi.
Miracolosamente un bambino di 2 anni si alzò piangendo, lo stesso Calley lo
spinse indietro e gli sparò.
Arrivò il 3° plotone.
I soldati finirono i supersiti, appiccarono il fuoco alle case, uccisero il
bestiame ancora vivo, raccolsero infine donne e bambini e li uccisero.
Furono uccise tra le 172 e le 347 persone: vecchi, donne e bambini.
Nel rapporto militare fu scritto che erano stati uccisi 90 viet cong e
nessun civile.
Tutto questo sarebbe finito lì se due giornalisti, assegnati al plotone di Calley, non avessero assistito al massacro.
Poco alla volta la notizia trapelò, l’esercito indagò sulle voci circa il
massacro, ma senza troppa
convinzione e concluse che non fosse necessaria l’apertura di un’inchiesta.
Un soldato, Ridenhour, cominciò ad interessarsi della vicenda.
Fece in modo di parlare con Bernhardt, un uomo della compagnia C che si era
rifiutato di prendere parte al massacro.
Ridenhour, tornato in patria, scrisse una lettera con tutte le prove
raccolte e la spedì a 30 esponenti politici.
Il rappresentante al Congresso dell’Arizona, Udall, fece pressioni
sull’esercito.
Sei mesi più tardi Calley fu accusato di omicidio.
Calley era un ragazzo tanti altri, richiamato alle armi, seguì un’
affrettato corso di addestramento che lo lasciò impreparato al vuoto morale
che regnava in Vietnam.
Non fu in grado di controllare i suoi uomini e di resistere alle pressioni
dei suoi superiori che
volevano un “conteggio dei corpi” sempre più alto.
Il problema era che Calley ed i suoi uomini non riuscivano a trovare neanche
un viet cong, le battute degli americani erano così rumorose che si
sentivano a chilometri di distanza.
Durante i pattugliamenti, poi, i suoi uomini finivano sempre per cadere in
qualche
trappola.
In febbraio, durante un’azione, la compagnia cercò di penetrare a My Son, ma
il reparto si trovò circondato da trappole mortali.
Durante la missione successiva finirono in un campo minato.
Gli uomini che accorrevano in aiuto dei compagni feriti non facevano altro
che provocare altre esplosioni, nell’aria volavano brandelli di carne.
Andò avanti così per due ore, 32 uomini rimasero feriti o uccisi.
Il 4 marzo la compagnia fu presa di mira da un mortaio, dieci giorni dopo, 48
ore prima dell’attacco a My Lai, quattro uomini furono dilaniati da un ordigno
esplosivo.
In 32 giorni la compagnia C ( circa 100 elementi) aveva perso 42 uomini
senza mai vedere il nemico.
Una notte uno dei soldati fu catturato.
La compagnia lo aveva sentito urlare per tutta la notte a sette km di distanza.
Urlava così forte perché era stato spellato vivo e poi immerso nell’acqua
salata.
Il processo contro Calley divise il paese in due fronti contrapposti.
La giuria si ritirò in camera di consiglio il 16 marzo 1971, riconobbe
Calley colpevole dell’omicidio di almeno 22 civili e lo condannò ai lavori
forzati a vita.
Con la revisione del processo la pena fu ridotta a 20 anni e poi a 10, fu
infine liberato sulla parola nel 1974 dopo tre anni e mezzo trascorsi agli
arresti domiciliari.
Le accuse furono estese ad altri 12 tra ufficiali e soldati.
Nessuno fu condannato.
Eppure a My Lai furono trucidati solo civili.
Cento trovarono la morte in un canale di scolo, uno era un bambino di due
anni. |
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