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Sedicesimo presidente
degli Stati Uniti, abolì la schiavitù.
Nato
da una famiglia di pionieri seguì gli studi giuridici, che gli fecero
guadagnare ben presto una solida reputazione per la sua onestà.
Eletto deputato nell'Illinois nel 1833, si dichiarò subito antischiavista
convinto, anche se non condivise quasi mai la posizione degli abolizionisti.
I repubblicani lo candidarono alla presidenza nel 1860. Ottenendo la
maggioranza dei voti Lincoln entrò nella Casa Bianca e subito rifiutò di
prendere in considerazione un'eventuale estensione della schiavitù.
Nel febbraio del 1861 sette stati sudisti si separarono dall'Unione; il loro
esempio fu seguito da altri stati del sud facendo scoppiare la guerra di
Secessione che si concluse nel 1865 con la vittoria dei nordisti.
Nel 1862 il presidente emanò il proclama di emancipazione che liberava gli
schiavi e autorizzava la creazione di unità militari di colore.
Lincoln, però, era determinato a porre l'emancipazione su una base
permanente e nel 1864 propose l'introduzione di un emendamento contro la
schiavitù nella Costituzione, emendamento che venne accettato dopo la sua
rielezione, nel 1865. Poche settimane dopo l'inizio del suo secondo mandato,
Lincoln annunciò pubblicamente il suo sostegno al suffragio limitato per i
neri in Lousiana.
Il 14 aprile del 1865, un fanatico sudista, John Wilkes Booth, preoccupato
dell'eventualità che i neri potessero ottenere il diritto di voto, uccise
Lincoln, a Washington |
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