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I have a dream
Martin Luther King nacque ad Atlanta il 15 gennaio 1929.
Dopo aver abbracciato la religione battista studiò nel seminario
teologico della città di Chester, in Pennsylvania, ed ottenne il
dottorato in teologia nel 1955 presso l’Università di Boston.
Sposò Coretta Scott nel 1953 e nel 1954 divenne pastore in una chiesa in
Alabama.
Dopo l’arresto di Rosa Lee Parks, King, s’impegnò ad organizzare nella
città un boicottaggio dei servizi di trasporto, invitando tutti i neri a
non usare i mezzi pubblici.
Nonostante le reazioni violente e le minacce che aveva subito, King
perseverò la propria causa facendo conoscere la questione della
segregazione agli occhi dell’opinione pubblica.
Il 28 agosto 1963 organizzò la famosa marcia a Washington dove
nell’occasione, pronunciò il celebre discorso “I have a dream”.
Nel 1967 avviò una campagna per i poveri, che non riguardava soltanto i
neri ma anche coloro che erano emarginati dalla società.
Il 4 aprile 1969 mentre era sul balcone della propria stanza in un motel
di Memphis, fu ucciso da un proiettile sparato da un cecchino.
Il delitto rimane ancora un mistero, anche se le autorità competenti
sono convinte che sia stato James Early Ray ad uccidere il reverendo
King.
Io Ho Davanti a Me Un Sogno
Discorso Pronunciato da Martin Luther King
Washington, 28 Agosto 1963.
Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla
storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del
nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci
leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale
decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi
negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne
come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la
vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della
segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il
negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di
prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini
della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra
condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del
paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica
scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione
d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe
diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i
negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili
della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò
che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo
sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un
assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi
ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi
caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti
per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione,
le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America
l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si
possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il
tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le
promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e
desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.;
questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili
dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è
il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe
la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del
momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri
non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno
di libertà ed uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri
abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno
appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare
come se niente fosse successo.
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri
non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della
rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino
a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla
tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro
procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni
ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa
dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra
lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo
permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica.
Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla
forza fisica con la forza dell’anima.
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra
non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità
bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro
presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col
nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è
inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci
accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate
dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze.
Non possiamo camminare da soli.
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti.
Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che
chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo
mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a
cui viene sottoposto dalla polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la
fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade
e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli
spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto
piccolo a un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati
della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non
potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non
potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per
cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la
giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e
tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste
celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda
di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e
intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i
veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la
certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South
Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai
vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in
qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci
sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le
asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un
sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa
nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue
convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini
sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della
Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di
coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al
tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del
Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo
dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e
giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno
un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore
della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me
un sogno, oggi!.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata,
ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno
fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si
mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la
nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della
disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di
trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una
bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme,
di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme
la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno
in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi:
paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove
morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di
montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande
nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New
York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di
neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni
pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di
risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni
città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e
bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le
mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente,
liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".
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